Accogliendo Bibi, Obama prova a ravvivare i sogni antinucleari
ll presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, all'incontro con Netanyahu alla Casa Bianca si è detto convinto che i negoziati indiretti tra israeliani e palestinesi sfoceranno alla fine fine in negoziati diretti. Il premier israeliano, a sua volta, è "pronto ad assumersi rischi per la pace". Obama ha detto anche che Washington "non chiederà mai a Israele di assumersi rischi che possano mettere in pericolo la sua sicurezza".
13 AGO 20

ll presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, all'incontro con Netanyahu alla Casa Bianca si è detto convinto che i negoziati indiretti tra israeliani e palestinesi sfoceranno alla fine fine in negoziati diretti. Il premier israeliano, a sua volta, è "pronto ad assumersi rischi per la pace". Obama ha detto anche che Washington "non chiederà mai a Israele di assumersi rischi che possano mettere in pericolo la sua sicurezza". Obama auspica l'avvio di negoziati diretti tra israeliani e palestinesi entro settembre, cioé prima della scadenza della moratoria sui nuovi insendiamenti ebraici nei territori palestinesi.
L’incontro fra il primo ministro di Israele, Benjamin Netanyahu, e Barack Obama ha lo scopo di ristabilire un clima di concordia anche pubblica fra alleati che negli ultimi mesi hanno parlato poco e male. Ma la sceneggiatura dell’incontro di oggi fra Obama e Netanyahu alla Casa Bianca non poteva non contenere uno screzio preventivo, quasi un segnale perché le parti tenessero la guardia alta ancora per un po’, e il tema è uno dei più sensibili per entrambi: la proliferazione nucleare. Domenica il New York Times ha pubblicato un articolo basato su documenti diplomatici che spiegano la distanza fra il sogno obamiano dell’azzeramento nucleare e l’estrema riservatezza degli israeliani che, mentre chiedono che il mondo impedisca all’Iran di costruire la bomba, si rifiutano di rendere pubblico il programma atomico ufficioso.
“In un incontro di revisione del Trattato di non proliferazione a maggio – scrive il New York Times – gli Stati Uniti hanno ceduto alle richieste dei paesi arabi che vogliono che la versione finale del testo sia firmata da Israele, un modo per portare alla luce il suo arsenale mai dichiarato”. Dall’inizio del suo mandato Obama ha insistito sulla non-proliferazione nucleare, concetto che s’accordava bene con i propositi di pacificazione universale del presidente. Il tema obamiano non insisteva soltanto sull’ostacolare le ambizioni nucleari dell’Iran, piuttosto voleva convincere tutti i paesi a fare un passo verso la trasparenza e di conseguenza la riduzione degli arsenali.
Con questo spirito Obama ha organizzato il Nuclear Summit di aprile, a cui Netanyahu non ha partecipato proprio per non essere costretto a rivelare ciò che Israele ha interesse a tenere segreto. Originariamente la Casa Bianca aveva concepito il summit come un evento più riservato rispetto alla grande fanfara che si è vista a Washington; l’idea di Obama era quella di un faccia a faccia senza delegazioni ulteriori, e anche Israele sarebbe stato invitato, come i paesi della Lega araba chiedono a scadenze regolari. Non è andata esattamente così, il summit ha prodotto molti fronzoli e fumo diplomatico, e il rifiuto di Netanyahu è passato relativamente inosservato. Ma Obama mira sotterraneamente a un obiettivo che nelle relazioni fra Washington e Gerusalemme è stato semprescavalcato da altre priorità, dagli insediamenti a Gerusalemme est agli schiaffi diplomatici fra il vicepresidente Joe Biden e Netanyahu. E l’ultima complicazione in ordine cronologico è l’incidente della flottiglia diretta a Gaza. Oggi il presidente rimetterà al centro il tema della proliferazione nucleare, e l’Amministrazione ha giocato d’anticipo facendo trapelare il punto della questione sulle colonne di un giornale amico.
La direttrice del progetto per il controllo degli arsenali all’Università di Tel Aviv, Emily Landau, dice al Foglio che “l’idea che Israele possa firmare il trattato di non proliferazione è come dire che la Francia lo firmi e il giorno dopo si sia completamente disarmata. Con la differenza che la Francia non ha le stesse minacce strategiche di Israele. Sarebbe un suicidio strategico”. Nell’incontro di oggi alla Casa Bianca si parlerà del trattato ma, dice Landau, “non in termini di pressioni. I funzionari dell’Amministrazione sono stati molto chiari su questo: attualmente non ci sono pressioni nei confronti di Israele”, anche perché “la deterrenza è l’ultima risorsa di Israele”. I rapporti fra Obama e Netanyahu, in questo momento particolarmente difficili, pur nel contesto di un’alleanza resa solida da ragioni profonde, potrebbero mettersi sulla strada della normalizzazione dall’incontro di oggi a Washington. L’ultima volta che Netanyahu è stato lì, gli uomini di Obama l’hanno fatto aspettare per un’ora in corridoio prima che il presidente lo ricevesse. Ora le traiettorie possono tornare a convergere, ma per riaffermare la sintonia, Obama vuole qualcosa in cambio. Una promessa sul tema della non proliferazione riesumerebbe il sogno obamiano seppellito dalla realtà.
“In un incontro di revisione del Trattato di non proliferazione a maggio – scrive il New York Times – gli Stati Uniti hanno ceduto alle richieste dei paesi arabi che vogliono che la versione finale del testo sia firmata da Israele, un modo per portare alla luce il suo arsenale mai dichiarato”. Dall’inizio del suo mandato Obama ha insistito sulla non-proliferazione nucleare, concetto che s’accordava bene con i propositi di pacificazione universale del presidente. Il tema obamiano non insisteva soltanto sull’ostacolare le ambizioni nucleari dell’Iran, piuttosto voleva convincere tutti i paesi a fare un passo verso la trasparenza e di conseguenza la riduzione degli arsenali.
Con questo spirito Obama ha organizzato il Nuclear Summit di aprile, a cui Netanyahu non ha partecipato proprio per non essere costretto a rivelare ciò che Israele ha interesse a tenere segreto. Originariamente la Casa Bianca aveva concepito il summit come un evento più riservato rispetto alla grande fanfara che si è vista a Washington; l’idea di Obama era quella di un faccia a faccia senza delegazioni ulteriori, e anche Israele sarebbe stato invitato, come i paesi della Lega araba chiedono a scadenze regolari. Non è andata esattamente così, il summit ha prodotto molti fronzoli e fumo diplomatico, e il rifiuto di Netanyahu è passato relativamente inosservato. Ma Obama mira sotterraneamente a un obiettivo che nelle relazioni fra Washington e Gerusalemme è stato semprescavalcato da altre priorità, dagli insediamenti a Gerusalemme est agli schiaffi diplomatici fra il vicepresidente Joe Biden e Netanyahu. E l’ultima complicazione in ordine cronologico è l’incidente della flottiglia diretta a Gaza. Oggi il presidente rimetterà al centro il tema della proliferazione nucleare, e l’Amministrazione ha giocato d’anticipo facendo trapelare il punto della questione sulle colonne di un giornale amico.
La direttrice del progetto per il controllo degli arsenali all’Università di Tel Aviv, Emily Landau, dice al Foglio che “l’idea che Israele possa firmare il trattato di non proliferazione è come dire che la Francia lo firmi e il giorno dopo si sia completamente disarmata. Con la differenza che la Francia non ha le stesse minacce strategiche di Israele. Sarebbe un suicidio strategico”. Nell’incontro di oggi alla Casa Bianca si parlerà del trattato ma, dice Landau, “non in termini di pressioni. I funzionari dell’Amministrazione sono stati molto chiari su questo: attualmente non ci sono pressioni nei confronti di Israele”, anche perché “la deterrenza è l’ultima risorsa di Israele”. I rapporti fra Obama e Netanyahu, in questo momento particolarmente difficili, pur nel contesto di un’alleanza resa solida da ragioni profonde, potrebbero mettersi sulla strada della normalizzazione dall’incontro di oggi a Washington. L’ultima volta che Netanyahu è stato lì, gli uomini di Obama l’hanno fatto aspettare per un’ora in corridoio prima che il presidente lo ricevesse. Ora le traiettorie possono tornare a convergere, ma per riaffermare la sintonia, Obama vuole qualcosa in cambio. Una promessa sul tema della non proliferazione riesumerebbe il sogno obamiano seppellito dalla realtà.